Prostata e obesità

Ho cinquant’anni e mi è stata riscontrato l’ingrossamento della prostata. Si può curare anche con una scelta specifica di cibi? È un’email come tante firmata da un maschio cinquantenne. La sua domanda si presta a un punto scientifico aggiornato alle ultime conoscenze.

Secondo gli ultimi studi scientifici l’aumento del giro vita, dei livelli di colesterolo e trigliceridi, la pressione alta, la diminuzione della produzione di testosterone (l’ormone maschile), lo sviluppo di diabete di tipo 2 e dell’obesità viscerale, ossia dell’insieme di manifestazioni che caratterizzano la sindrome metabolica, potrebbero essere responsabili anche dell’ingrossamento della prostata (iperplasia prostatica benigna, Ipb). Il ruolo della sindrome metabolica sarebbe l’infiammazione cronica che ne deriva e che coinvolge tutto l’organismo, prostata compresa.

La cura dell’Ipb è materia medico specialistica. Per quanto riguarda, però, la componente infiammatoria un ruolo fondamentale è svolto dall’alimentazione, in particolare da alcuni alimenti che evitano, e proteggono le cellule, gli stati infiammatori e che non favoriscono l’aumento del peso e della glicemia (lo zucchero nel sangue). Occorre innanzitutto impostare una dieta che preveda un giusto rapporto fra Omega-3 e Omega-6, la riduzione degli zuccheri, dei grassi totali, degli acidi grassi saturi e polinsaturi a vantaggio non solo di un miglioramento dei livelli del colesterolo ma anche dei disturbi urinari e della disfunzione erettile.

Sono indicati, perché ricchi di Omega-3 e con effetto antinfiammatorio, il pesce (pesce azzurro, olio di pesce e crostacei), la crema di riso integrale, l’olio extravergine di oliva e di riso; fra le verdure le carote, la zucca, le zucchine, il cavolo, il finocchio, la cicoria, le rape e le radici in genere. Fra la frutta scegliere di preferenza mele o pere cotte non zuccherate. Sarebbe meglio, invece, limitare (o evitare) i cibi contenenti gli Omega-6 perché agiscono come co-fattori negli stati infiammatori della prostata: fra questi le carni fresche e conservate, i salumi e gli insaccati, le uova, i fritti, i dolci e le bevande zuccherate, i formaggi grassi e le farine raffinate.

Numerosi studi hanno dimostrato che alcune sostanze naturali come il licopene (un carotenoide che abbonda nei pomodori), i polifenoli (di cui è ricco il tè verde), il resveratrolo (ampiamente contenuto nell’uva) e gli isoflavoni (una delle più alte concentrazioni si trova nella soia), oltre a vari micronutrienti quali selenio, zinco, vitamina E e D3, hanno un effetto antiossidante e proteggono le cellule della prostata (la ghiandola maschile per definizione) dai pericolosi radicali liberi, prodotti durante i normali processi metabolici e responsabili dell’invecchiamento dei tessuti. Inoltre, singolarmente o in sinergia, le suddette sostanze sono efficaci anche per un’efficace prevenzione dei tumori.

Un passo indietro. C’è un legame tra Ipb e cancro? Senz’altro uno stato infiammatorio cronico favorisce una degenerazione verso uno stato tumorale. È ormai confermato. Quindi è fondamentale, ai fini preventivi, evitare o limitare lo stato di infiammazione cellulare, e quindi di un organo. Stiamo parlando di un’infiammazione latente, costante, spesso insufficiente a dare sintomi ma dagli effetti sommatori nel tempo. Come la goccia d’acqua che da sola non fa nulla, ma che se costante e ripetuta può “bucare” una roccia.

 

Procediamo per punti: l’ipotesi che ci sia un legame tra Ipb e tumore è oggetto di studi scientifici, ma al momento non possiamo affermare che l’ipertrofia possa trasformarsi in cancro. Sono entrambe patologie molto frequenti, spesso coesistono, ma sono diverse l’una dall’altra. L’aumento volumetrico (appunto, l’ipertrofia prostatica benigna) è un fenomeno legato all’età, e si verifica, più o meno, in tutti gli uomini a partire dai 35-40 anni. Interessa – come già detto in capitoli precedenti – l’area più interna della prostata, quella cioè a contatto con il collo della vescica ed è quindi responsabile dei sintomi urinari (frequenza, urgenza e difficoltà a urinare) che si manifestano a partire dai 50 anni. Il tumore invece si sviluppa quasi sempre nella porzione periferica della ghiandola, non è in contatto diretto con la vescica e quindi, specie nella fase iniziale, non dà segni di sé e non da sintomi. Ecco perché è importante eseguire il Psa (esame del sangue), specie nei pazienti a rischio, cioè quelle persone che hanno familiarità per carcinoma della prostata.  Presto sarà possibile controllare lo stato di salute con un test ancora più precoce e preciso: quello dei miRna, frammenti di materiale genetico (Rna) che indicano la presenza di cellule tumorali in fase iniziale.

Per ora è valido il Psa, esame che andrebbe eseguito, almeno una volta, dopo i 50 anni. Tuttavia, va precisato che il test è molto sensibile e che un valore elevato rispetto alla norma non è sempre correlato con la presenza di una neoplasia. Altre situazioni, come una semplice infiammazione o la stessa ipertrofia prostatica benigna, possono determinare variazioni di dosaggio rispetto alla norma. In questi casi, specie se il test è stato eseguito su base spontanea e non richiesto dal medico, è indispensabile consultare uno specialista urologo che possa dare la giusta interpretazione. Ed è importante evitare di sottoporsi ad altri esami, solo così «per sentito dire», che possono rivelarsi inutili e confondenti. Alla stessa maniera è utilissimo consultare lo specialista urologo quando insorgono e diventano sempre più costanti variazioni in senso peggiorativo delle proprie abitudini nell’urinare, ovvero i disturbi legati all’ipertrofia prostatica benigna.

Ma a noi ora interessa far capire come, per una «prostata in salute», la prevenzione parte a tavola: bisogna evitare soprattutto quei cibi che venivano considerati afrodisiaci e che in realtà infiammano semplicemente l’area. Dunque, moderazione nel consumo di peperoncino (questione di dosaggio perché ha anche un potere anti-infiammatorio utile), birra, insaccati, spezie, pepe, grassi saturi (che provengono da carni rosse cotte alla griglia, formaggi e fritti), superalcolici, caffè e crostacei, specie per chi già soffre di frequenti irritazioni alla prostata. La corretta alimentazione è un punto di partenza fondamentale anche per la regolarità della funzione intestinale: sia la stipsi cronica sia la diarrea devono essere evitate perché possono irritare la ghiandola. È opportuno, poi, bere almeno due litri di acqua al giorno a piccoli sorsi e frequentemente nell’arco delle 24 ore. E praticare attività fisica regolarmente è un toccasana, così come l’attività sessuale, che non solo non è nociva, ma se praticata con regolarità ha sicuramente effetti benefici. Gli organi se usati restano in salute, se non usati possono degenerare.

Attenzione, in particolare, alla sindrome metabolica, all’aumento del giro vita, al grasso viscerale, al sovrappeso e all’obesità. L’ultimo studio sembra addirittura indicare l’esistenza di grasso cancerogeno e di grasso protettivo. Le cellule adipose sono produttrici di ormoni. È quanto ormai appurato. Quindi il grasso non è solo un problema estetico, ma ha risvolti interessanti da studiare nei meccanismi. Ecco un recente studio molto chiarificatore.

 

L’obesità ha conseguenze dirette sulla salute ed è associata con l’insorgenza di tumori aggressivi, ma i meccanismi alla base di questo fenomeno sono poco conosciuti. I ricercatori dell’Istituto di Farmacologia e Biologia Strutturale dell’università III di Tolosa hanno chiarito uno di questi meccanismi nel cancro alla prostata, uno dei tumori più comuni negli uomini: nei pazienti obesi, il tessuto adiposo che circonda la ghiandola prostatica facilita la propagazione delle cellule tumorali al di fuori della prostata. Questi risultati, pubblicati su Nature Communications del 12 gennaio 2016, aprono nuove vie per il trattamento del cancro alla prostata. Quindi una prostata “grassa” non riesce a bloccare le cellule tumorali in zona, favorendone la sconfitta definitiva, ma è come se fosse una porta aperta verso il resto del corpo. Tutto dipende da un tipo di molecole difensive infiammatorie (chemochine) prodotte dal “grasso” attorno alla prostata che invece di difendere finiscono con l’allearsi con il cancro.

La prostata è circondata da un deposito di grasso chiamato tessuto adiposo periprostatico (periprostatic adipose tissue, PPAT). Quando il cancro alla prostata progredisce, le cellule tumorali possono infiltrarsi in queste cellule del grasso periprostatico: questo è un passo fondamentale per la progressione di questo tipo di tumore, perché segnala localmente uno stadio avanzato della malattia (in cui il cancro può progredire a organi vicini). Questo fenomeno è più frequente nei pazienti obesi, nei quali le dimensioni e il numero di cellule del grasso (adipociti PPAT) sono più elevati. Queste cellule possono secernere numerose molecole bioattive come le chemochine, che possono attrarre altre cellule. Gli scienziati hanno studiato se questo cambiamento di PPAT è responsabile dell’aggressività del cancro alla prostata nei soggetti obesi.

I ricercatori hanno dimostrato che le secrezioni degli adipociti possono attrarre le cellule tumorali della prostata. Analizzando le chemochine secrete da adipociti PPAT hanno identificato i fattori coinvolti, in particolare la chemochina CCL7, che interagisce con uno dei recettori, CCR3, presenti sulla superficie delle cellule tumorali della prostata. Gli scienziati hanno dimostrato che la chemochina CCL7 si diffonde attraverso il PPAT alla zona intorno alla prostata e che attrae le cellule tumorali che esprimono il recettore CCR3 verso il tessuto adiposo periprostatico, aprendo la strada verso il resto del corpo.

A Tolosa è stato poi studiata l’influenza dell’obesità su questo meccanismo. Si è visto che nei topi obesi che erano stati nutriti con una dieta ricca di grassi, la progressione del tumore e la diffusione al di fuori della prostata è maggiore che in topi con peso corporeo normale. Gli adipociti effettivamente secernono più CCL7 nel caso di obesità. Impiantando nella prostata di topi cellule tumorali che non esprimono più CCR3, la progressione del tumore e la sua diffusione sono significativamente ridotte, soprattutto nei topi obesi.

Infine, i ricercatori hanno osservato questo stesso meccanismo negli uomini, dove pure la secrezione di CCL7 è più elevata in caso di obesità. I risultati di uno studio su più di 100 campioni tumorali umani indicano che le cellule del cancro che esprimono un elevato livello di CCR3 presentano più frequentemente diffusione locale. Sono anche più aggressivi e resistenti al trattamento. Poiché molecole che hanno come bersaglio CCR3 sono già state sviluppate dall’industria farmaceutica per altre malattie, i ricercatori sperano ora di esplorare questo nuovo percorso di cura, che potrebbe ridurre l’aggressività del cancro alla prostata nei pazienti obesi.

In conclusione, il cancro della prostata può rimanere localizzato nella prostata: qui ha una “buona prognosi”. Alcuni tumori (chiamati tumori localmente avanzati) invece attraversano la capsula prostatica e in tal modo potrebbero propagarsi in tutto il corpo. Questo fenomeno è controllato da adipociti del tessuto adiposo periprostatico (cerchi bianchi) tramite la loro capacità di secernere chemochine CCL7. L’obesità amplifica questo fenomeno.

 

 

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